UNIONI CIVILI…

UNIONI CIVILI…
…se non ora quando?

Milano, 26 novembre

Nel corso di poco più di un secolo in occidente si è abbattuta la barriera dei generi e così oggi abbiamo donne che, se lo vogliono, votano e vengono elette, scelgono una donna come partner, gestiscono proprietà, divorziano, stanno in giudizio, decidono se essere madri e altre cose prima precluse, come insegnare nelle università, disporre di sé, benché va detto il tutto in misura non ancora compiuta. Questo grande cambiamento si è eterminato con le ondate successive del movimento delle donne, intessuto anche di rapporti di amicizia e d’amore tra donne che hanno attuato lotte rivendicative, decostruito in sede teorica la pretesa naturalità dell’ordine dei sessi, inventato pratiche originali. Anche l’Italia ha vissuto questo processo, benché afflitta da ipoteche tradizionaliste e da una continua interferenza
del Vaticano nella politica, che ci obbliga più che altrove a doverci impegnare ancora per la rappresentanza paritaria, per l’inviolabilità femminile, per il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. In particolare il berlusconismo ha attivato una tendenza retrograda che ha riproposto per le donne la possibilità di essere selezionate ai vari livelli se compiacenti con gli uomini di potere. Le forze di opposizione sembrano oggi sensibilizzate ai temi della rappresentanza paritaria e della dignità delle donne, non altrettanto sul tema delle unioni tra persone dello stesso sesso su cui prevale il silenzio.
Nell’Unione Europea quasi tutti i Paesi hanno prodotto una legislazione contro le discriminazioni ai danni dei cittadini omosessuali, per i quali dal 1994 (risoluzione A3 0028/94) il Parlamento di Strasburgo raccomanda l’uguaglianza dei diritti rispetto ai cittadini eterosessuali; nel 2006 risoluzione P6_TA-2006-0018) lo stesso Parlamento Europeo ha definito l’omofobia un’avversione analoga all’antisemitismo, tuttavia in Italia c’è chi
continua a reclamare la libertà di opinione per le affermazioni omofobiche; nel 2004 il Parlamento Europeo e il Consiglio hanno approvato la direttiva 2004/38/CE sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, eppure se una coppia di donne, o di uomini, unita legalmente in un altro Paese volesse trasferirsi in Italia, non vedrebbe più riconosciuto il suo legame. Il nostro Paese dopo il ventennio berlusconiano ha bisogno di modernità e rispetto per le nuove famiglie.
Si richiede pertanto nella prossima legislatura il riconoscimento di tutte le coppie di fatto: le unioni tra persone dello stesso sesso e le unioni tra una donna e un uomo, che non desiderano sposarsi.

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