Basta violenza contro le donne

BASTA VIOLENZA CONTRO LE DONNE…
…se non ora quando?
Milano, 26 Novembre

Il problema della violenza maschile sulle donne – in particolare quella in ambito domestico – è stato, negli ultimi sei anni, al centro dell’iniziativa del movimento delle donne. Il fenomeno non è diminuito, anzi, è aumentato – solo nel 2010 sono state 127 le donne italiane uccise da un uomo il più delle volte a lei legato da vincoli sentimentali e/o famigliari – e si è connotato
spesso anche come violenza omofobica contro la libertà di scelta essuale; tutto questo mentre stanno per essere chiusi, per tagli ai finanziamenti, molti centri antiviolenza.
E’ dunque necessario, al di là della data del 25 novembre, che il tema venga rimesso al centro del nostro impegno. Ci sono diversi elementi che hanno impedito finora di affrontare adeguatamente una violenza che sembra legata fatalmente alle vicende più intime del rapporto
tra i sessi (sessualità, amore, maternità, affetti famigliari):

1. la lettura in chiave di devianza o patologia individuale, e non come residuo dell’antico potere patriarcale di vita e di morte su donne, schiavi e figli;
2. l’uso in chiave di sicurezza pubblica e di conflitto di civiltà.
3. l’idea che si possa arginare la violenza con politiche di tutela familiare, senza tener conto che sono proprio i vincoli familiari a tenere ambiguamente confuse protezione e aggressività.

Non è possibile isolare la violenza nelle sue forme manifeste da quella che passa e si perpetua invisibile attraverso la cultura maschile dominante – istituzioni, saperi, linguaggi, habitus mentali, norme morali, mezzi di comunicazione, pubblicità – una rappresentazione del mondo che le donne stesse hanno, loro malgrado, interiorizzata e fatta propria. Rientra nella violenza simbolica o culturale anche la difficoltà a vedere il rapporto di potere tra uomo e donna per la valenza politica che ha in sé; persiste la tendenza a porlo come “questione femminile”, e a vivere le donne come un sesso debole da tutelare, o una risorsa salvifica, secondo una visione tutta
interna alle “differenze di genere” così come sono arrivate fino a noi, le stesse sulla base delle quali è avvenuta la divisione tra privato e pubblico e la subordinazione del ruolo femminile a quello maschile.

L’identificazione della donna con il corpo, la funzione sessuale e riproduttiva, e quindi la sua cancellazione come persona, è la ragione prima della sua esclusione dalla polis, ma a sua volta, è la violenza implicita in questa privazione di spazi essenziali, di spazi di libertà e di potere
decisionale ad avere pesanti ricadute negative sulla vita delle donne: dai gesti quotidiani di disvalore alla persecuzione violenta di quelle che tentano gesti di autonomia.

Lo svantaggio sociale femminile cristallizzato nella famiglia tradizionale è all’origine della violenza maschile che alberga nel privato e si espande nel pubblico anche grazie alla mercificazione mediatica del corpo femminile, usato come elemento eccitante di “promozione vendite”.
Lo svantaggio politico percepibile in una democrazia monosessuata determina il quadro e lo completa. Ecco perché la violenza sessista, anche domestica, non è mai un fatto privato, ma un’indecenza pubblica che le istituzioni non possono ignorare o risolvere attraverso la scorciatoia dell’utilizzo del diritto criminale come unica risposta. Occorre agire per sradicare l’attitudine alla violenza sedimentatasi nell’immaginario maschile, che va contrastata, come dimostra l’esperienza di altri Paesi europei (vedi Legge spagnola del 2004), a partire dai primissimi messaggi che i bambini ricevono dalla famiglia, dalla scuola e dalla società. Sono
necessari piani scolastici multilivello e una legislazione onnicomprensiva che evidenzi l’origine sessista e discriminatoria della violenza contro le donne e la prevenga attivamente, contrastando esclusioni e pregiudizi. Debbono completare il quadro una vigilanza costante e un monitoraggio
dei risultati che siano finalizzati ad attivare interventi correttivi e provvidenze pubbliche adeguate.
Oltre alla visibilità del problema, è necessario un ruolo attivo delle istituzioni
pubbliche centrali e locali e una loro chiara assunzione di responsabilità. Per questo si propone:

  • un programma di educazione/formazione sull’esercizio di diritti e obblighi uguali fra maschi e femmine nell’ambito sia privato che pubblico che si sviluppi fin dal livello scolastico elementare;
  • il lancio di campagne pubbliche di sensibilizzazione contro gli stereotipi dei ruoli familiari femminili;
  • il reintegro dei fondi sottratti ai Centri antiviolenza e alle Case delle donne, fondi che andrebbero al contrario aumentati per rafforzare le équipe che vi operano con varie professionalità a collaborazione integrata;
  • l’istituzione di un Osservatorio indipendente di monitoraggio sui diritti delle donne e di vigilanza sui mezzi di informazione e pubblicità, a garanzia di un trattamento conforme ai valori costituzionali e alla dignità personale delle donne.

Chiediamo su questo insieme di proposte una presa di responsabilità da parte di tutte le donne impegnate in un ruolo istituzionale: a loro chiediamo esplicitamente di

  • proporre, seguire e curare a ogni livello le misure necessarie a questa improrogabile svolta di civiltà.

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