Welfare

Conciliazione, condivisione e servizi: la frontiera del nuovo welfare

La nostra organizzazione familista, senza welfare e senza servizi, fa si che l’erogazione

dei servizi sia relegata alle donne che si trovano ad essere dei service provider gratuiti.

Tutte le attività di cura, dei figli, degli anziani, dei malati sono e saranno sempre più sulle spalle delle donne.

In questo periodo di crisi economica a pagare sono soprattutto le donne, quelle che non percepiscono reddito, o percepiscono salari ancora più ridotti rispetto a quelli degli uomini, quelle che subiscono maggiormente i tagli dell’occupazione, quelle che più patiscono i tagli agli istituti di welfare. E meno welfare pubblico significa più famiglia e cioè più donne in casa.

La carenza di strutture e servizi per l’infanzia è un dato significativo e paradigmatico. La maternità   è un tema importante dal punto di vista personale, sociale e lavorativo. Non può diventare un ostacolo o un impedimento alla propria realizzazione, per questo i servizi all’infanzia diffusi sui territori, accessibili e di qualità sono una condizione necessaria

In questo quadro non è superfluo sottolineare che conciliare la vita professionale con quella privata e familiare è uno dei principali problemi delle donne lavoratrici e un’importante causa di abbandono del lavoro da parte di molte donne.

Con la Legge 328/2000 veniva istituito il Fondo Sociale che è stato praticamente azzerato analoga sorte hanno avuto il Fondo per la Famiglia, il Fondo per la non autosufficienza così come il Piano straordinario dei Nidi. Tutte risorse destinate all’erogazioni di servizi, che non ci saranno più e che verranno sostituiti con il gratuito lavoro di cura delle donne.

E’ anche stato tagliato drasticamente anche il Fondo per la Procreazione Assistita, cosa che porterà sempre di più ad una diseguaglianza sociale anche nel diritto alla maternità

Non si tratta solo di un taglio economico; il disegno culturale è più sottile, strisciante, più remunerativo di qualsiasi risparmio, ma con conseguenze terribili: l’obiettivo è un modello culturale in cui le donne si convincano di essere insostituibili nel loro ruolo di cura e assistenza all’interno del contesto familiare, di non poter essere sostituite da nessun  servizio, anche se di ottima qualità. In sostanza che le donne si riconoscano  e  si vedano realizzate dentro la famiglia e nella loro assidua assistenza a questa. Una famiglia vista in modo tradizionale e anche anacronistico, in una realtà sociale composta da tante famiglie diverse, che il legislatore non riconosce.

Cosa chiediamo: più servizi di supporto alle famiglie, meno tagli al welfare, il ripristino economico dei fondi tagliati, un welfare responsabile che non veda le donne funzionali ai servizi, ma i servizi funzionali al ruolo delle donne nella società

Salute di genere e medicina di genere

L’organizzazione mondiale della  sanità ha dichiarato che “La salute delle donne è il paradigma della salute dell’intera popolazione” e, con questa valutazione, ha di fatto indicato come necessaria una riorganizzazione dei sistemi sanitari che tenga conto della peculiarità delle donne. Prestare attenzione alla medicina di genere è la strada che può portare anche nel nostro Paese considerevoli vantaggi alla salute di tutta la popolazione.

Con l’espressione “medicina di genere” s’intende la distinzione in campo medico delle ricerche e delle cure in base al genere di appartenenza, non solo da un punto di vista anatomico, ma anche secondo differenze biologiche, funzionali, psicologiche e culturali. Il problema è serio e necessita di interventi specifici da parte dei sistemi sanitari regionali.

E’ essenziale che tutti si rendano conto che le donne non sono uguali agli uomini e reagiscono diversamente alle terapie, spesso peggio, e sono più soggette degli uomini alle reazioni avverse: questo avviene soprattutto perché le donne sono da sempre sottorappresentate nei trials clinici (sperimentazioni) con il risultato che la donna consumatrice di farmaci è assimilata al maschio per quanto riguarda sia l’efficacia che le controindicazioni del farmaco, mentre il suo organismo funziona diversamente. La donna, quindi, non può essere assimilata all’uomo, ma ha una specificità che la sperimentazione è chiamata a tenere in considerazione per promuovere una medicina che riconosca adeguatamente le pari opportunità uomo/donna.

Un approccio “di genere” (femminile/maschile) alla salute è necessario per incidere sui determinanti della salute, per contrastare le disuguaglianze, le diversità nella ricerca biomedica, nello studio dell’eziologia e dei fattori di rischio, nella sperimentazione farmaceutica. Anche i pregiudizi e gli stereotipi in medicina sono un fattore di rischio da combattere: esistono casi in cui gravi sintomi segnalati da donne al Pronto Soccorso sono stati erroneamente considerati frutto di isteria o di eccesso di ansia e liquidati senza alcun serio accertamento clinico, con le logiche e drammatiche conseguenze.

Insistere a livello politico perché vengano riconosciute le differenze non solo biologiche ma anche relative alla dimensione sociale e culturale del genere è essenziale per delineare programmi e azioni, per organizzare l’offerta dei servizi, per indirizzare la ricerca, per analizzare i dati statistici.

La disattenzione per le necessità delle donne è evidente anche a livello di servizi, e arriva a riguardare anche il momento della gravidanza e del parto: le donne, nel nostro Paese, ne sono sempre meno protagoniste.

A proposito dei servizi, anche nel piano socio sanitario di Regione Lombardia appena approvato, nella sua assoluta genericità e voluta mancanza programmatoria, non sono presenti elementi che sostengano i bisogni di salute delle donne (i dati invece dimostrano che ce ne sarebbe bisogno, solo per fare alcuni esempi, la nostra regione detiene il triste primato del più alto tasso di tumori alla mammella e lo screening mammografico raggiunge solo il 72% della popolazione contro tassi dell’80% di altre regioni).

Non mancano nel piano elementi di pericolosità, come la paventata proposta di riforma della legge regionale sui consultori. Il rischio che si arrivi a una proposta di Legge come quella di recente approvata nel Lazio, che risente di un pesante impianto ideologico è molto alto. In realtà Regione Lombardia ha già una buona legge che dovrebbe essere applicate in tutte le sue parti, mentre negli anni sono venuti progressivamente meno i sostegni umani ed economici alla rete dei consultori, soprattutto quelli pubblici. Rete dei consultori assolutamente mortificata, probabilmente non a caso, nell’ultima iniziativa spot della Giunta Regionale: i fondi Nasko, su cui sarà necessario effettuare un costante e attento monitoraggio.

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